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La dimensione corporea nella disabilità

La dimensione corporea nella disabilità

Cosa ne è del corpo della persona che si trova a dover fare i conti con un danno organico che ne limita inesorabilmente lo sviluppo psicofisico?

Dal momento in cui viene investito dalla diagnosi patologica la persona disabile si trova consegnata allo sguardo clinico del medico che, come scrive Galimberti (2002), affida al controllo della scienza, la valutazione del corpo, che si riduce in una focalizzazione esclusiva sulla componente organica.

La condizione di malattia lo trasforma in un ostacolo in più, in un peso assistenziale ulteriore, in una fonte di richieste sempre crescente.

Corpo muto, anche se capace di parlare, corpo “paralizzato”, anche se capace di muoversi; ogni sua attività viene ricondotta al danno che ne altera irrimediabilmente  l’intenzionalità, svuotandola, di conseguenza, di ogni riferimento simbolico e immaginario.

La persona con disabilità, si potrebbe affermare, patisce allora l’effetto di una identificazione forzata con il corpo (inteso come apparato organico difettoso), come se l’intero suo essere si consumasse completamente nel deficit organico che lo tormenta. Il corpo è vissuto come segno, testimonianza di un essere difettoso, interiorizzato e lacunoso. Essere e corpo si legano insieme in un’identificazione che inchioda la persona in una posizione dominata dal reale che lo riguarda. Il corpo è così percepito come luogo di sentimenti ambivalenti perché luogo della propria diversità, rappresentazione di una parte di sé che non risponde ai propri desideri, sia di ordine funzionale che di relazionale.

Invece il corpo delle persone disabili possiede uno statuto diverso, non protocollabile ed è percorso anch’esso da flussi pulsionali e vitali. E’ un corpo emotivo attraversato da una storia affettiva, relazionale e sociale; è un corpo strumento e soggetto di esperienze di vita, dall’infanzia all’adolescenza, nelle varie età dell’esistenza. In esso convivono, come per tutti, impressioni di piacere e di dispiacere, di possibilità di godere, ma anche di provare dolore.

Questa dimensione di immobilità riferita a ogni espressione corporea, rende la persona disabile come pietrificata agli occhi dell’altro. Ma in realtà è proprio attraverso questo sguardo esterno che quel corpo può trovare una spazio di comprensione e accettazione.

Come nell’infanzia ci nutriamo dell’amore materno attraverso lo sguardo, quest’ultimo è altrettanto importante quando ci si confronta con la disabilità. La corporeità di ognuno esiste, se questa vive nel pensiero dell’altro.

            Per cui la riflessione che nasce è questa: dobbiamo saper progettare ed essere in grado di dare la possibilità alle persone con disabilità di vedersi amati e  rispecchiati nelle varie dimensioni della vita, come quella sociale o emotiva.

In questa settimana di talenti, la società deve esprimere il proprio talento. Uscire dalla logica del “malfunzionamento”, che spesso rinchiude il corpo di una persona disabile e orientare lo sguardo a una logica di apertura e accoglienza, affinché la persona possa superare il limite nell’esplorazione delle proprie risorse.

Permettere che questo corpo venga amato e nutrito nella sua diversità, rispettandone i bisogni specifici, sostiene la comprensione e l’accettazione di sé nella persona con disabilità.

In un clima di reciproca apertura, sarà più facile veder convivere il piacere, il valore e il significato di ogni singola identità, nonostante la dipendenza e il bisogno di cure.

 

Dott.ssa Raffaella Baino, Psicologa Psicoterapeuta

Dott.ssa Giulia Guasco, Psicologa Psicoterapeuta

 

Ricevono presso Studio Ventuno – Centro di psicoterapia e psicologia clinica

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