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I disagi emotivi nella Fase 2 dell'emergenza Covid

I disagi emotivi nella Fase 2 dell'emergenza Covid

Da quando è iniziata la Fase 2 il vissuto emotivo dominante potrebbe essere caratterizzato dalla paura, sia per la situazione attuale, sia per ciò che si sta delineando nel nuovo contesto sociale, in un momento così particolare e destabilizzante. Si è quindi venuta a creare una condizione di elevata emotività che riguarda sia l’individuo che l’intera Comunità.

La paura è un’emozione primaria ed è fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. Una limitata dose di paura e allerta sono necessarie, anzi fondamentali, in questa situazione per potersi attivare senza perdere lucidità. Nello specifico, seguire le regole idonee di protezione come usare la mascherina, lavarsi bene e spesso le mani, rispettare la distanza sociale, richiede un minimo di attivazione. 

È bene però tener presente che il limite fra un uso funzionale delle risorse in nostro possesso ed un eccesso di allerta, con la messa in atto di comportamenti poco lucidi e controproducenti, è davvero sottile.

Non è infrequente che la paura diventi panico o ansia generalizzata. Ciò avviene quando l’ansia non è limitata ad un momento isolato, ma viene estesa ad uno stato continuo di preoccupazione, percependo ogni situazione come rischiosa ed allarmante. 

Infatti l’esperienza traumatica che ha colpito la popolazione mondiale non può scomparire improvvisamente, ma si è legata al nostro inconscio e ciò può comportare l’apparire di sintomatologie quali pensieri ossessivi, pessimismo, stress, insonnia, fobie e comportamenti compulsivi. Tutti questi disturbi hanno in comune  stati d’ansia e difficoltà nelle relazioni sociali.

Il rischio è quindi di continuare a convivere con la paura, di non adattarsi ad un nuovo contesto sociale, evitando le persone, nell’illusoria speranza di poter controllare la situazione di pericolo.

Gli esseri umani però sono capaci di resilienza. In psicologia, è la capacità di un individuo di resistere agli urti della vita senza spezzarsi o incrinarsi, mantenendo e potenziando le proprie risorse sul piano personale e sociale.

La ripresa può passare sia attraverso la messa in campo di risorse proprie sia attraverso l’aiuto reciproco, il sostegno e l’unione. 

Questo evento, che si può definire un trauma sociale, richiede di essere elaborato socialmente attraverso pratiche che consentano, da una parte, di costruire una memoria sociale collettiva (attraverso rituali, commemorazioni, monumenti, arti performative, testimonianze, ecc.), dall’altra che permettano agli attori sociali di avere voce e riconoscimento. La condivisione dell’esperienza traumatica, delle difficoltà vissute, l’empatia verso il prossimo, la positività e la volontà di fornire incoraggiamento e supporto saranno alcune delle condizioni che permetteranno di rielaborare il proprio vissuto all’interno di un contesto sociale allargato. 

Solo a questo punto sarà più facile tornare ad avere fiducia nell’altro, nella società e nella vita stessa proprio come rifletteva Freud (1916, p. 346) sulla rinascita dopo la Guerra:

Una volta terminato il lutto, si vedrà che la nostra alta opinione delle ricchezze della civiltà non ha perduto nulla con la scoperta della loro fragilità. Noi ricostruiremo tutto ciò che la guerra ha distrutto, e forse su basi più durature di prima”.

 

Studio Ventuno- Centro di Psicoterapia e Psicologia Clinica di Asti 
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Dott.ssa Raffaella Baino e Dott.ssa Giulia Guasco
PSICOLOGHE PSICOTERAPEUTE

Dott.ssa Francesca Savoia
TIROCINANTE PSICOLOGA